Ombre impertinenti

Ombre impertinenti

OMBRA IMPERTINENTE

di Marianna Gasperini

Classe di discipline pittoriche

 

Progetto legato al macrotema “Il Gioco”

Didattica: ombra impertinente

Errore creativo

 

Premessa

Presenterò un laboratorio sull’ombra, illusione di presenze-assenze, intesa come traccia del superamento delle paure e dello sconforto legato all’errore.

È un progetto multidisciplinare.

Per le diverse discipline, svilupperò l’ombra come: traccia, gioco, superamento dell’errore inteso come elemento non penalizzante, ma creativo.

Tra presenza e assenza, l’ombra è metafora della traccia, intesa proprio come residuo che porta alla luce la lotta tra sopravvivenza (Didi-Huberman )e oblio.

Attraverso l’indagine sull’ombra mostrerò che spesso ciò che dal lato illuminato gli occhi non vedono, dal lato oscuro può stupire e mostrare una verità celata, un’altra realtà: errare a volte è fare una bella scoperta.

Questa esplorazione sulla mappa della percezione dell’ombra approderà a quattro isole: esterna, interna, impertinente e vertiginosa.

L’ombra ha avuto un trascorso complesso: è stata fonte di ispirazione, amata e studiata, a volte rifiutata, ignorata e, tra alti e bassi, ci ha accompagnato nelle rappresentazioni fino ai giorni nostri.

Ma attenzione: non è detto che l’ombra sia solo ricalcolo fedele del soggetto in luce. Con l’ombra si può anche GIOCARE: si può modellare come fosse materia, dandole una forma che richiama qualcos’altro. Non è ciò che facciamo quando giochiamo alle ombre cinesi?

 

La questione che ci si pone oggi non è più:

‘Come posso liberarmi della mia Ombra?’ […]

Piuttosto ci si deve chiedere:

‘Come può l’uomo vivere con la sua Ombra’

  1. G. Jung

 

L’ombra è legata alle origini della pittura e poi della scultura: nacque quando si riuscì a circoscrivere con una linea, l’ombra, il volto di un essere umano.

L’ombra avrebbe assunto fin dall’inizio il compito di sostituire il corpo, di rendere presente un’assenza, di essere il doppio. Pian piano, nella storia, si sarebbe poi svincolata dal corpo stesso per assumere una vita propria.

L’ombra ha avuto un trascorso complesso: è stata fonte di ispirazione, amata e studiata, a volte rifiutata, ignorata e, tra alti e bassi, ci ha accompagnato nelle rappresentazioni fino ai giorni nostri.

Ma attenzione: non è detto che l’ombra sia solo ricalcolo fedele del soggetto in luce. Con l’ombra si può anche GIOCARE: si può modellare come fosse materia, dandole una forma che richiama qualcos’altro. Non è ciò che facciamo quando giochiamo alle ombre cinesi?

Chi non ha mai fatto divertire un bambino congiungendo le mani, facendo apparire l’ombra di un in coniglio che muove le orecchie?

Dagli spettacoli di ombra citati da Platone nel secolo IV a.C. (cfr.pp 14-15) ai teatri di illusioni provenienti dalla Cina nel ‘600, la manipolazione dell’ombra ha sempre affascinato per la sua potenzialità narrativa di distorcere l’immagine in modi inaspettati, evocando fantasmi, demoni ed esseri fantastici. Questi spettacoli furono assai di moda soprattutto in Francia (le ombremanie), prima dell’avvento della fotografia e del cinema.

Ed è proprio con quest’ultima scoperta che l’ombra raggiunge la sua massima espressione, soprattutto nel cinema tedesco, come ci testimoniano per esempio alcuni celebri fotogrammi dei film di Murnau e Wiene. L’ombra, amplificata e drammaticamente deformata, diviene esteriorizzazione dell’interiorità del personaggio. E nella ricerca di cos’è l’uomo attraverso le nuove indagini di Freud di Jung, l’ombra assume la valenza di una molteplicità di forze di cui possiamo essere inconsapevoli. Secondo Jung, l’ombra è a fianco all’uomo e ne cela l’inaccettabile, è opposta per direzione ma uguale per forma, luce ed ombra sono metafora di positivo e negativo, del bene e del male.

L’ombra si stacca sempre più dalla sua funzione di resa del reale, fenomenologica, simbolica, del dramma; non più legata all’intrattenimento di cui parlava Platone, diviene sempre più autonoma, con una propria identità. La narrazione di questo aspetto ha anche ispirato scrittori come Peter Schlemihl con il suo personaggio “Uomo grigio” o da Andersen con “L’ombra”. E chi non conosce Peter Pan, divenuto un personaggio famoso grazie al film di animazione di Walt Disney?

Ma tornando all’arte, chi maggiormente ha interpretato questa rottura, questo concetto dell’ombra come soggetto a sé, va ricercato tra i dadaisti, con le figure di Marchel Duchamp o di Man Ray . L’ombra diviene elemento autonomo, a sè, soggetto dell’opera, alla stregua di un ready-made.

Oggi la luce non è più la sola protagonista della nostra percezione, alcuni artisti ribaltano la consueta visione, manipolano la luce in funzione di una nuovo soggetto, l’ombra: ecco che l’arte è fatta di oscurità e di assenza, ma non per questo è meno concreta e suggestiva del reale. In queste opere, si può usare qualsiasi cosa per creare l’ombra. Così come accade nel mito di Platone, l’uomo viene messo di fronte a un inganno. L’ombra rende presente l’assenza di qualcuno o qualcosa, si produce il distacco tra anima e corpo, l’elemento o gli elementi che vengono investiti dalla luce danno un’ombra ben diversa, inaspettata.

Attraverso l’oscurità indagheremo per cercare di comprende meglio l’essenza di un’arte poco conosciuta. Prenderemo così in esame sculture, teatrini, macchinari e illuminazioni misteriose di tutti i più recenti interpreti dell’ombra, da Boltansky e Bohyun Yoon, a Ralph Kistler ecc.

Se è vero che “l’immagine, più di qualsiasi altra cosa, manifesta uno stato di sopravvivenza che non appartiene né pienamente alla vita né pienamente alla morte, ma a un genere di stato tanto paradossale quanto degli spettri” (Didi-Huberman 2009), allora queste ombre-fantasmi sono la presenza dell’immagine. L’ombra intesa come calco, “materiale d’impronta”, caratterizza lo spazio come luogo, e lo riconfigura con una presenza cava: per struttura manca di consistenza, ma funziona come immagine che rivelandosi inevitabilmente cela.

Mettere in gioco i termini di presenza e assenza significa adottare un approccio radicale alla questione indagata dall’artista, nel cui contesto il motivo della traccia va a costituire l’elemento centrale in grado di rimandare alla grande questione dell’identità del soggetto

Un artista moderno come Larry Kagan, per esempio, crea forme proiettate sul muro assemblando dei sottili fili metallici: a primo acchito sembrano insignificanti grovigli, ma appena accesa la luce appare la creazione.

Altri artisti giocano con l’ombra.

Tim Noble utilizza mucchi di rifiuti e materiale di riciclaggio per creare ombre sorprendenti.

Bohun Yoon illumina frammenti di corpo per dar vita a incredibili composizioni e suggestive scene del Kama Sutra.

più delicate sono invece le installazioni di Kumi Yamashita: l’artista adopera piccoli elementi, moduli, numeri, fogli di carta che, orchestrati insieme, danno vita a un’ombra del tutto autonoma.

Con l’avvento del digitale si sono potute ottenere ombre fra le più ardite, che diventano un’entità autonoma, a sè stante.

E su questo medesimo concetto si basano alcune campagne pubblicitarie dei celebri moduli della Lego.

L’ombra ha un suo fascino, una bellezza misteriosa che non è più peccato, lato oscuro, inferno, perdizione, ma sogno e al contempo rivelazione.

Perché l’ombra ha un fascino tutto suo, una capacità di stratificarsi e farsi materia e bellezza. come in quest’opera di Hans Peter Feldemann.

Come scrive Junichiro Tanizachi nel suo celebre Libro d’ombra: “in verità, non esistono né segreti, né misteri: tutto è magia dell’ombra”.

mariannagasperini